FELICITA' quale scopo di vita e FONDAMENTO ETICO

Aggiornato il: apr 29

HAPPINESS - FELICITA' - EUDAEMONIA


Eudaimonia: dal greco εὐδαιμονία (eudaimonìa): felicità, benessere.

La parola, come il concetto, non è semplice, ma composta: 'eu' vuol dire buono, il 'daimon' ci rimanda al genio, allo spirito. Una seconda metà non meno complessa della prima, e tutta da esplorare.


εὐδαιμονία (eudaimonìa) è #felicità, intesa come scopo della vita ed aggancio con l'#etica, qualcosa di notevolmente meno cangiante ed effimero di come siamo abituati a pensarla.

Una felicità, dunque, che non va e viene come il bel tempo, ma più un progetto di vita in continua evoluzione. Una certa tensione contraddistingue l'eudaemonìa, ed è così che viene intesa, e non da ieri, ma fin dall'antichità!

La pratica del piacere e l’esercizio della virtù sono i poli entro cui oscilla questa #ricerca, dove ‘ricerca’ è termine altrettanto importante di ‘felicità’, e non meno difficile da interpretare e realizzare.


Felicità: ecco una definizione difficile da dare oggi, che ci mette in imbarazzo. Sei felice? Ci viene chiesto, e talvolta ergiamo barriere di menzogne più o meno consapevoli, inventiamo concetti a coprire questo possibile imbarazzo, immobili nei luoghi comuni. Siamo felici se siamo sereni, senza pensieri e #problemi (altra parola interessantissima e fraintesa!) siamo felici se ci sentiamo realizzati, queste le consuete scappatoie a cui tutti ricorriamo, almeno una volta nella vita, quando messi di fronte alla fatidica domanda, ricorriamo.

Pensiamo sia riduttivo definire la felicità come serenità o realizzazione. Non sarà forse, allora, proprio questa indefinibilità, a renderla tanto preziosa? Ecco perché ‘eudemonia’, e non ‘felicità’. Qualcosa di prezioso e in continuo divenire.


Gli antichi e i contemporanei possono confrontarsi a lungo, su questo. Più di due millenni fa questa parola era usata per indicare una vita florida.

L'unione del ‘buono’ e del ‘demone’ significava infatti: ‘prendersi cura del proprio talento’, che ci figuriamo come genio e spirito, come collegamento profondo e non volatile, a ciò che di divino c'è nell’uomo. 

Ecco perché, sempre i Greci, associavano l'eudaimonìa al fine ultimo dell'esistenza, a una vita “degna di essere vissuta”: nella pratica e anche nell'esercizio delle virtù (eh già, ci vuole allenamento anche per la felicità!) 


#Contenti e soddisfatti, paradossalmente, ci allontaniamo dalla Felicità, che è al contrario ricerca positivamente febbrile, scoperta, crescita e fecondità. Ciò che già abbiamo non ci basta, e ciò che non abbiamo forse possiamo già virtualmente vederlo come nostro, e allora ci muoviamo, cambiamo, ci trasformiamo… e siamo già sulla buona strada: quella che possiede “un cuore”.

Una strada per nulla diritta e molto, molto, rischiosa tanto da non essere mai scelta da tanti, o per molto tempo: essere felici infatti è un rischio, creare e inventare non sempre sono sinonimi di successo, mentre ad esser contenti, guarda un po’, non si sbaglia mai.


La ricerca della felicità ci dona il tempo, invece di sottrarcelo, restituendoCI al nostro complesso Sé, alla sua fame e alla sua sete di divenire ciò che si è, ma ancora non si sa.

Ma è interessante osservare il concetto di felicità, per comprenderlo meglio, anche sotto altri aspetti linguistici ed etimologici. In inglese il felice è lo HAPPY,  parola collegata al verbo HAPPEND. Lo #happy, è in sostanza quello che fa succedere le cose, nel senso di far capitare, le cose.

Succedere ha la stessa radice della parola successo. Si può dire che il FELICE, è quello che ha successo, quello a cui succedono le cose, o meglio, le fa succedere.

Si rende quindi necessaria una attenta osservazione delle parole e del loro reale significato, per non confondere concetti molto diversi.

Alcuni pensano che 'essere felici' sia uguale ad 'essere CONTENTI' e ciò è abbastanza errato. La parola deriva dal latino: contentus, participio passato di continere, contenere: che si contiene entro certi limiti.



Il contento, non fa succedere niente, anzi, ha paura di quello che può succedere. Essere contenti non è difficile, è rassicurante e permette anche una vita lunga: sei al sicuro. Si vive tanto da un lato, ma poco da un altro, si vive tanto in quantità, e poco in qualità.

#Kant diceva in sostanza che tra essere felici ed essere contenti era molto meglio essere contenti, perché se uno è felice (cioè produttivo, che genera) vuol dire che quello che c'è intorno non basta.

Se ti basta quello che hai intorno, nel mondo, non c'è bisogno che produci/generi qualcosa, che inventi qualcosa di nuovo o di diverso.

Essere felice è un rischio, si può mettere nel mondo qualcosa che si pensava mancasse, e poi magari accorgersi che il punto non era quello, ci si può sbagliare, si può capitare con le persone sbagliate. Tutte cose che non capitano, sei sei #contento.

Kant suggerisce di non correrlo, questo rischio, meglio essere contenti: se ti accontenti della tua dimensione, e ti trattieni vedrai che c'è un bel rapporto tra te e le persone che hai intorno: hai il tuo posto nella società e lo occupi con responsabilità, sei razionale e prevedibile e la tua dignità aumenta. ​​​


Fortunatamente negli ultimi anni, in ambito culturale, si è tornati sulla questione #felicitàfilosofi e scrittori di un certo calibro hanno nuovamente posto l'attenzione su questo argomento, che nel profondo riguarda ogni essere umano. Apprezzo in particolar modo Igor Sibaldi, che molto spesso nelle sue conferenze e seminari tocca l'argomento in modo chiaro e semplice, provocando talvolta sussulti interiori all'ascoltatore che è portato a farsi delle scomode domande. Proprio da alcune delle sue parole usate nella presentazione del libro "Il coraggio di essere Idiota" edito da #Mondadori, sono stati presi gli spunti per spiegare il senso della felicità. Riportiamo il secondo video di questa conferenza di cui ne è disponibile l'intera visione ma in pillole (17 video in totale) su pagina Facebook a lui dedicata.​​


I temerari, a cui non basta essere contenti, sono i benvenuti in ARS • DIVINA




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